tecnostress

La diffusione delle tecnologie digitali e lo sviluppo del Web 2.0 hanno contribuito negli ultimi anni ad aumentare sia il numero di canali di comunicazione, sia il volume di dati ed informazioni a nostra disposizione. Strumenti come cellulari, smartphone, notebook, tablet PC o applicativi come social network, blog, chat, e-mail hanno rivoluzionato il modo di comunicare, modificando notevolmente le nostre abitudini quotidiane sia in ambito privato sia in ambito lavorativo.

Se da una parte l’avvento delle nuove tecnologie dei social network e del Web 2.0 ha ampliato ed esteso i processi di comunicazione e di circolazione delle conoscenze, dall’altra parte, numerosi studi rivelano come questo importante cambiamento rappresenti un’insidia per il benessere psico-fisico di chi le utilizza, essendo una delle cause principali dello sviluppo delle nuove “malattie professionali”.

Queste patologie emergenti (come ad esempio le’“information pathologies” o “tecnostress” solo per citarne alcune) sono soprattutto di natura psicologica e colpiscono in particolare i “lavoratori della conoscenza”, vale a dire professionisti che nell’arco della loro giornata lavorativa devono gestire grandi quantità di informazioni e che stanno incominciando a mostrare sintomatologie specificatamente correlate al multitasking e all’overload informativo.
Il multitasking, cioè lo svolgimento di più attività contemporaneamente (scrivere un’e-mail mentre si conversa al telefono, inviare un messaggio sms mentre si discute di lavoro oppure leggere un testo mentre si ascolta musica in sottofondo, ecc.), è una pratica diffusa rapidamente in seguito all’introduzione delle tecnologie digitali negli ambienti lavorativi: pensiamo ad esempio alle chat e alle eMail come canali di contatto paralleli al telefono. Sebbene “essere multitasking” sia un’abilità spesso ricercata e richiesta dai datori di lavoro ai propri dipendenti, non sempre porta benefici alla qualità del lavoro, mentre invece può produrre ricadute importanti sul benessere delle persone.

Numerose ricerche dimostrano come in realtà il nostro cervello, contrariamente a quanto si pensi, non è in grado di svolgere più compiti contemporaneamente: più semplicemente il nostro cervello, quando sottoposto ad interruzioni e a sollecitazioni di diverso tipo, si limita a passare continuamente e rapidamente da un’attività all’altra. Ciò comporta un abbassamento del livello di efficienza e produttività, un allungamento dei tempi di realizzazione delle singole attività e una perdita di creatività negli individui, oltre ad effetti collaterali come ad esempio cali d’attenzione, perdita di concentrazione, vuoti di memoria a breve termine o sintomi da stress, come ansia o respiro corto causati da scariche di adrenalina che possono innescare la produzione di dopamina, spesso responsabile dell’aumento della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna.

Lo svolgimento simultaneo di più attività fa inoltre aumentare considerevolmente il rischio di commettere errori con frequenti ricadute sui livelli di autostima dei singoli e sul clima organizzativo dei gruppi.
Un’altra problematica generata dalla diffusione pervasiva delle nuove tecnologie è l’overload informativo, una situazione nella quale la gestione efficiente delle informazioni è resa difficile proprio da una mole eccessiva di dati e informazioni rilevanti. Come nel caso del multitasking, anche l’overload informativo può avere ricadute negative sulla salute: si va da un senso di smarrimento e oppressione fino a disfunzioni più complesse come l’Information Anxiety (ansia da informazione) o l’Information Fatigue Syndrome (IFS). Quest’ultima patologia, individuata dallo psicologo David Lewis già nei primi anni ’90, tende a colpire chi è costretto a gestire notevoli flussi informativi e ha tra i suoi sintomi principali malumori, ansia, insonnia, confusione e frustrazione, mal di stomaco e mal di testa, dimenticanze e vuoti di memoria a breve e lungo termine. Secondo Lewis il sovraccarico informativo può dunque causare la cosiddetta “paralysis for analysis”, ovvero la paralisi della capacità analitica, che causa una lettura erronea (parziale o distorta) delle informazioni disponibili.
Le prossime generazioni, particolarmente affini all’utilizzo delle nuove tecnologie in tutti gli ambiti della loro vita, non solo nell’ambito lavorativo dunque come valeva per le generazioni precedenti, contribuirà sicuramente ad accrescere la diffusione delle malattie professionali emergenti.
Possibili soluzioni volte a fronteggiare queste aree di rischio emergenti consistono, ad esempio, nel ripensare gli equilibri tra sfera privata e vita professionale (work life balance), oppure nell’attuazione di specifici interventi, finalizzati a migliorare le competenze delle persone nell’utilizzo delle informazioni e dei nuovi strumenti/canali di comunicazione o avviare iniziative finalizzate a ripensare l’organizzazione, i processi di lavoro e gli strumenti tecnologici in uso.
Francesca Conigliaro e Maurizio Mesenzani

Bibliografia
David Bawden and Lyn Robinson, “The dark side of information: Overload, anxiety, and other paradoxes and pathologies,” Journal of Information Science, Volume 20, Number 10,pp. 1–12
Sue Shellenbarger, “Multitasking makes you stupid”, Wall Street journal, February 27, 2003
www.psicologi-italia.it/information_overload.htm
www.tecnostress.it/sviluppo